mercoledì 23 settembre 2009

Recensione: District 9

Una nave aliena atterra nel centro di Johannesburg, in Sud Africa; venti anni dopo l'arrivo della razza extraterrestre, lo sgombero dell'area in cui essi sono stati ghettizzati (il Distretto 9) darà via a un'inaspettata spirale di eventi.

Saranno in molti a parlare bene di questo District 9, di come coniughi al suo interno i trend più innovativi visti nell'ultimo decennio al cinema. Ma non è questo ciò che ci interessa. Perché il regista Neill Blomkamp ha sicuramente studiato e attinto dalla scuola dei grandi della regia (senza andare a scavare troppo indietro, è evidente dalla prima inquadratura l'influenza di J.J. Abrams), ma alla fine questa è roba per "virtuosi" del cinema, gente che negli ultimi anni ha visto una santabarabara di film e che quindi può godersi i riferimenti inseriti dal regista.
Quello che ci preme sottolineare qui è invece il messaggio rivolto al pubblico, un messaggio di natura squisitamente politica: in District 9 si solidarizza da subito con gli alieni più che con gli umani, non perché questi ultimi siano brutti e cattivi, ma proprio perché si comportano come umani. Gli alieni sono dipinti come degli autentici ingenui, capaci in teoria di far fuori un umano con un semplice calcione, dotati di armi in grado di rendere una singola unità capace di annientare un piccolo esercito di uomini, ma che alla fine non utilizzano quasi mai le proprie abilità o le proprie armi, nemmeno di fronte al più evidente dei soprusi. Non si crea empatia nemmeno con il protagonista (il cui cognome è, affatto casualmente, olandese), anzi, lo si insulta di gusto.
Non è un film facile: bisogna saper cogliere i riferimenti, sia cinematografici, che storici, che politici, e probabilmente non tutti saranno in grado di apprezzarlo, per lo stesso motivo per cui i lettori di Moccia sono di più di quelli di un qualsiasi saggista. Tuttavia, District 9 entra prepotentemente nella top 10 di questo (fon'ora abbastanza piatto) 2009. Non è un prodotto di massa, coloro che stavano pensando di andarlo a vedere solo perché c'erano gli alieni sono avvisati...

lunedì 17 agosto 2009

Recensione: S.Darko

Se volessimo stilare una lista delle cento pellicole più di impatto dell'ultimo decennio, darei per scontato che chiunque vi inserirebbe al suo interno Donnie Darko, opera prima del regista Richard Kelly. In molti ancora si interrogano sul perché del successo di questo film, che ai più sembrò un'operetta senza senso in cui si usciva dalla sala senza aver capito niente. In realtà, Donnie Darko fu il classico film giusto al momento giusto: nonostante l'onda indie rock in Italia sia arrivata solo recentemente, all'estero la riscoperta dell'immaginario collettivo degli anni 80 è un fenomeno da riallacciare proprio ai primi anni 2000. La presenza di una miriade di riferimenti agli eighties e l'uso perfetto della colonna sonora erano senza dubbio i due tratti caratteristici di Donnie Darko, ma ne costituivano anche il limite più evidente: Richard Kelly, tutto intento nell'inserire un'iconografia quanto più vasta possibile di quegli anni, sembrava quasi che avesse riservato alla stesura del copione solo i ritagli di tempo, fornendo una storia scombinata e poco chiara.

A distanza di quasi un decennio da Donnie Darko esce questo suo sequel, con protagonista la sorellina di Donnie, Samantha, all'epoca del primo film poco più che undicenne e oggi invece teenager in cerca di se stessa. Va detto subito: dietro la telecamera questa volta non c'è Kelly, ma tale Richard Fisher, e il film, più che essere un vero seguito, è più che altro un film basato sui personaggi inventati da Kelly. Poco male, si potrebbe pensare: in fondo, l'unico seguito di Donnie Darko possibile dovrebbe consistere nel raccogliere l'immaginario collettivo degli anni 90, con una colonna sonora a base di Nirvana e Pearl Jam e acconciature da prima stagione di Friends. Ecco, purtroppo Fisher ha puntato il riflettore sulla zona sbagliata: c'è qualche riferimento alla cultura pop anni 90, ma i Duran Duran, anziché essere sparati prepotentemente in sottofondo, vengono solo nominati in un dialogo, i riferimenti alle pellicole di culto di quel periodo sono presenti, ma ci si limita a menzionarle senza troppo senso, c'è qualche riferimento a X-Files, ma solo i fan sfegatati del telefilm potranno comprenderlo etc. etc. Fisher in realtà si è focalizzato su un altro aspetto di Donnie Darko, quello fantascientifico, basato sui viaggi nel tempo e i paradossi spazio-temporali. Il film potrebbe tranquillamente svolgersi in un momento qualsiasi degli ultimi trenta anni, ed è un peccato che il micromondo di personaggi creato da Kelly si muova su uno scenario tanto piatto, desolante e privo di mordente quale quello del deserto californiano.

Se Donnie Darko, nel bene e nel male, è diventato un piccolo cult, probabilmente la stessa sorte non toccherà a questo suo sequel, ed è un peccato, perché il materiale per girare un ottimo film c'era, ma probabilmente l'intuizione giusta sia venuta in mente al regista sbagliato.

giovedì 9 luglio 2009

Ely Stone - prima stagione


Diciamoci la verità: il 2008 ci aveva abituato troppo bene in sala, questo 2009 fino a adesso non è che abbia prodotto 'sta roba da tramandare ai posteri (mi vengono in mente solamente cinque film in grado di elevarsi dalla massa, tutto il resto è noia o roba troppo di nicchia). Alla fine ho optato per ributtarmi un po' sui telefilm, terminando di vedere gli episodi che mi mancavano di Fringe ed Heroes, prodotti che, in fin dei conti, si sono rivelati delle mezze delusioni, soprattutto Fringe, il cui avvio era stato fresco come un bicchiere di cicuta.
Ma quando le serie maggiori lasciano socntenti, sono quelle minori a farti tornare il sorriso: per chiunque abbia anche solo apprezzato Scrubs non si può non segnalare questo Ely Stone, telefilm breve e divertente, che di certo non si distingue per la sua ambizione ma che quantomeno riesce a non calare mai di tono.
Il rampante e arrivista avvocato Ely Stone scopre di avere un aunerisma cerebrale che gli permette, in buona sostanza, di avere una ultra-percezione delle cose intorno a lui in cambio di un comportamento bizzarro (fidatevi, non è un buono scambio): attraverso i messaggi piuttosto sui generis che il suo cervello gli trasmette, per lo più sotto forma di canzoni o scene da musical (in più di un episodio vi è la partecipazione di George Micheal), Eli si trasformerà da un meschino avvocato pronto a tutto a un paladino della giustizia, perdendo tutto quello per cui aveva lavorato ma recuperando la propria dignità di uomo.
Meno divertente o assurdo di Scrubs, più legato ai ritmi della commedia alla Friends (o alla Ally McBeal, come si legge in giro), Ely Stone è il classico programma che non ti incolla al televisore ma non ti porta nemmeno a cambiare canale. Difficilmente lo adorerete, ma comunque è probabile che, una volta iniziata la visione, lo portiate a termine. Poca forma, molta sostanza: ben fatto!

giovedì 25 giugno 2009

Recensione: Miss Marzo

Nonostante il fatto che sia stato invitato all'ultimo Festival di San Remo, Hugh Hefner qui in Italia è ben lontano dall'essere un'icona. Certo, il marchio di Playboy è noto a molti, ma è per lo più sprovvisto di quell'aurea magica che la Playboy Mansion può avere negli Stati Uniti, e al buon Hugh si riallaccia solamente l'idea dell'arzillo vecchietto in vestaglia contornato da belle bionde. Questo Miss Marzo ha nella presenza di Hefner e del suo stuolo di conigliette la sua ragione d'esistenza: il giovane Eugene, rimasto in coma pochi minuti prima di avere il primo rapporto con la sua ragazza, si risveglia dopo quattro anni e scopre che la sua bella ha iniziato a posare su Playboy. Assieme al suo bizzarro amico Tucker Cleigh viaggerà per gli Stati Uniti per cercare di riconquistare la sua ragazza nel più improbabile dei luoghi: la Playboy Mansion.

Ovviamente la storia non è nient'altro che un pretesto per mettere insieme una serie di gag e battute, quasi sempre a sfondo sessuale. Gli autori hanno saccheggiato le commedie americane più di successo dell'ultimo decennio (Road Trip, American Pie, Scemo e più Scemo) riadattando alcune scene di questi film quel tanto per non poter parlare di plagio. Ad esempio, il segmento più riuscito del film è quello in cui i due protagonisti si ritrovano a guidare l'automobile di due lesbiche che passano tutto il viaggio a fare sesso, peccato che la scena in questione ricordi sia il finale di Scemo e più Scemo, sia una scena analoga del secondo American Pie. Persino i due protagonisti ricordano visivamente il giovane Jim Carrey e Sean W. "Stiefler" Scott. Il problema principale di questo film è uno: si ride poco, e le scene riuscite sono per lo più scopiazzate da altri film del genere. A meno che non siate succubi del carisma di Hefner e della Playboy Mansion, difficilmente aspetterete in trepidante attesa il momento dell'arrivo del duo protagonista al quartier generale della rivista.

Chi ha un santino di Hugh Hefner nel portafogli magari lo troverà anche piacevole, e forse anche coloro che per motivi anagrafici non hanno gustato l'età dell'oro (si prenda il termine con le dovute molle) delle teen comedies americane potranno farsi qualche risata. Tuttavia, se avete adorato personaggi come lo Stiffmeister non potrete far altro che scuotere la testa in segno di disapprovazione ricordando le risate che questo genere di film vi aveva regalato.

martedì 16 giugno 2009

Recensione: l'ultima casa a sinistra

Una delle pellicole di maggior successo degli anni 90 è stata senza dubbio Scream, una specie di corpus di tutte le regole dei film dell'orrore; il primo Scream è stato probabilmente il film meno à la Wes Craven di Wes Craven (anche i film seguenti della saga erano molto meno ironici e molto più incentrati sugli sbudellamenti rispetto al primo episodio), ma ebbe il merito di rendere palesi alcuni motivi ricorrenti della cinematografia dell'orrore.

Questo l'Ultima Casa a Sinistra (da ora, lUCaS) è il remake dell'opera prima di Craven: chiunque abbia visto Scream sarebbe in grado di riconoscere la mano del regista anche senza essere a conoscenza di questo dato al momento di entrare in sala. Tuttavia, alla regia di questo lUCaS non c'è Craven (e neanche Lucas, ok, vado ad autoflagellarmi), ma l'esordiente Tennis Iliadis, con il buon Wes nel ruolo di produttore.

La giovane Mari Collingwood e la sua amica Paige vengono rapite dalla banda di Krug, un criminale appena evaso. Krug, anziché sbarazzarsi delle ragazze immediatamente, le porta nella foresta antistante il luogo del rapimento. Durante il viaggio avverrà una colluttazione che costringerà i criminali a chiedere ospitalità proprio alla famiglia di Mari. Una serie di coincidenze porterà i Collingwood a capire l'identità dei loro ospiti: fino a che punto i coniugi si spingeranno nella loro vendetta?

Se si dovesse trovare un aggettivo che riassuma l'intero film, tale attributo sarebbe sadico. C'è pochissima suspense nel film, non si salta mai sulla sedia in preda allo spavento susseguente a qualche colpo di scena. In compenso, si passa parecchio tempo con la faccia in espressione di disgusto dato l'enorme quantitativo di dolore che viene portato in scena: c'è sempre qualcuno che viene picchiato o a cui vengono inflitte delle torture quanto più dolorose possibile, con la telecamera che cerca puntualmente l'inquadratura migliore per trasmettere la sensazione di patimento. Si soffre parecchio per osmosi, quindi, e se questa idea vi aggrada sappiate che una certa dose di masochismo potrebbe essere l'unico buon motivo per vedere questo film. Qui la violenza non si immagina, ma viene proposta continuamente, senza i soliti mezzucci che rallentano l'azione; tuttavia, tolta questa bella dose di brutalità, allo spettatore non rimane proprio niente.

giovedì 4 giugno 2009

Recensione: Ca$h, fate il vostro gioco

E' noto che i prolifici titolisti italiani amino aggiungere sottotitoli e doppi sensi dalla dubbia fattura ai nomi dei film provenienti dall'estero. Tuttavia, può darsi che la crisi abbia tolto qualche posto di lavoro a questi geni del marketing; il risultato è che per questo Ca$h è stato aggiunto il medesimo sottotitolo utilizzato qualche anno fa per Ocean's Eleven.

Oltre che al sottotitolo, Ca$h ha in comune con il film di Sorderbergh il genere: trattasi di un film di truffe, in cui ci sono dei truffatori, dei truffati e tutta una serie di doppi, tripli, quadrupli giochi che renderanno chiara l'identità del "pollo" di turno solamente all'ultima scena. A condire il tutto aggiungiamo dei ladri che ricordano nei modi di fare Arsenio Lupin (nonostante il "$" nel titolo questo film è francese e tutti i personaggi parlano in Euro), i soliti poliziotti dalla dubbia moralità e qualche criminale ultrapotente a cui il protagonista, il classico pesce piccolo con ambizioni megalomani, finirà inevitabilmente per pestare i piedi.

Ciò che manca terribilmente a questo film è il brio: nonostante la loro imprevedibilità, i film sulle truffe in realtà si muovono su binari piuttosto classici, con i continui capovolgimenti di fronte a dare pepe alla pellicola. Ecco, in Ca$h i ritmi sono invece piuttosto blandi, e i capovolgimenti di fronte forse sono anche troppo frequenti, talmente frequenti che finiscono per non stupire più lo spettatore.

Da segnalare (in negativo) la recitazione e soprattutto la dizione di Valeria Golino: in un film in cui tutti gli attori sono stati doppiati in un italiano ineccepibile, sentire la futura signora Scamarcio parlare con un'inflessione che chiamarla dialettale è farle un complimento fa decisamente un brutto effetto. Immaginate di sentire Martufello a una riunione dell'Accademia della Crusca e forse vi farete un'idea di quanto stoni la voce della Golino nel film.

Insomma, Ca$h non ci è piaciuto. E' vero che di film sulle truffe ne escono al massimo un paio all'anno, ma gli amanti del genere forse otterrebbero il solo risultato di avere dei poco gradevoli déjà vu. Chi invece non è avvezzo al genere può trovare della alternative molto più interessanti in videoteca.   

martedì 2 giugno 2009

Dannati bolscevichi...



Mi ha colpito questa frase:

E il premier dei uno dei maggiori paesi d'Europa, membro della Nato, presidente di turno del G8, che si mette nei guai con le donne e poi dice cose chiaramente non vere su com'è andata, è una notizia, la che vedrebbe anche un cieco

Ecco, essendomi trovato a parlare con persone che sostenevano che le accuse a Berlusconi fossero "tutte bugie", mi verrebbe da dire che le cose qui in Italia non sono così automatiche come gli osservatori stranieri potrebbero pensare....